Il Dōjō

La maggior parte delle attività della nostra Associazione si svolge in un dōjō. Desidero esporvi il primo dei princìpi che caratterizza il mio modo di approcciare tale luogo, per come mi è stato insegnato, inizialmente all'età di 6 anni fino agli 11 attraverso la pratica del Judo, in seguito, e per oltre 15 anni, nella pratica dello Shiatsu.

Di fatto, al momento sento il dōjō come la mia seconda casa... Per riuscire nel mio intento occorrerà unire alla mia esperienza alcune indicazioni di carattere storico-tecnico.
Dōjō è un termine giapponese, etimologicamente è il luogo (jō) dove si pratica, si segue la Via (dō).
In sanscrito prende il nome di Bahdi Manda (luogo di saggezza o di salvezza). In oriente trae origine dalla tradizione buddista cinese ed indica il luogo in cui Buddha ottenne il risveglio. Sempre in oriente, il dōjō diviene il luogo in cui si praticano alcune Arti, marziali e non. Il connubio tra un luogo deputato alla meditazione e lo studio di un'arte marziale nasce in Giappone nel periodo Edo, dove l'influenza della tradizione Zen caratterizzò la famiglia Tokugawa che, in quell'epoca e in quella terra, deteneva lo shogunato ovvero il massimo potere politico e militare.
Il dōjō, di fatto, è uno spazio in cui regna un'atmosfera attenta e concentrata tipica del luogo di culto. Viene abbellito con lavori di calligrafia, con oggetti d'arte preparati dai Maestri così come dagli allievi. Vi si può trovare uno scrigno, ad indicare che il luogo è dedicato ai valori e alle Virtù della Via (Dō) e non solo alla pratica corporea, così come è possibile vedere su un'altra parete, un altare in ricordo di un grande Maestro.
Il Dōjō tradizionale consiste in una sala rettangolare, i cui lati hanno un nome ed una funzione ben determinati. Il lato da cui sì entra è il meno importante, e viene indicato con la parola Shimoza.  Di fronte ad esso è il lato nobile detto Kamiza. Alla parete di questo lato vengono affisse le fotografie delle persone eminenti, fra le quali generalmente spiccano le immagini dei fondatori delle discipline praticate nel Dōjō. A sinistra di chi entra è il lato Joseki, riservato ai Maestri/insegnanti e alle cinture nere. A destra (di fronte al lato Joseki) è il lato Shimoseki, destinato agli allievi. Agli ospiti di riguardo può essere generalmente offerto, in segno di rispetto, di occupare il lato Kamiza. Tradizionalmente si entra e si esce dal dōjō inchinandosi, in segno di rispetto. Nel dōjō ci sono delle regole, espressione dei valori tradizionali dell'etica (si pensi a quella dei Samurai) e tali regole devono essere rispettate dal gruppo (alcune le vedremo più avanti).
Gli allievi generalmente (sempre nelle Arti marziali) indossano un kimono (abito per la pratica), uguale per tutti. Questo indica che per il maestro gli allievi sono tutti sullo stesso piano e gli stessi, indossando quell'abito, lasciano fuori dal dōjō il loro stato sociale.
L'atteggiamento dell'allievo più esperto deve essere tale da non pensare di poter offrire agli altri in misura minore di quanto non desideri apprendere dal dōjō.
Anticamente nel dōjō veniva eseguito il rito del Soji (pulizia): gli allievi, usando scope e strofinacci, pulivano l'ambiente, lasciandolo in ordine per i successivi allenamenti. Tale gesto è il simbolo della purificazione del corpo e della mente: i praticanti si preparano ad affrontare il mondo esterno con umiltà, dote necessaria per apprendere e per
insegnare l'arte marziale.
Ma torniamo alla nostra Associazione.
Nel KoBudo (antica Via
della guerra, oggi definita Arte marziale), ad esempio, il dōjō è lo spazio in cui si svolge l'allenamento, ma è anche simbolo della profondità del rapporto che il praticante instaura con il proprio Maestro e l'arte marziale; tale ultimo aspetto è proprio della cultura buddhista cinese e giapponese, che individua il dōjō quale luogo dell'isolamento e della meditazione. Nello Shiatsu, il dōjō è il luogo in cui gli allievi imparano una disciplina volta, come si dice ai giorni nostri, alla relazione d'aiuto. Anche questa disciplina, se praticata con il giusto atteggiamento (l'osservazione e la conoscenza di sé), sfocia nell'Arte. Con il Qi Gong si studiano l'arte taoista della vita e della salute, con l'Integrazione Personale, attraverso la postura, l'espressività e la relazione con l'altro si impara a riconoscere le tracce delle modalità che ognuno utilizza per relazionarsi con sé e l'altro da sé.
Ma cosa accomuna, alla Ken Ko Ho, ognuna di queste discipline?
Il Dōjō.
E cosa significa?
Dipende.
Può significare tutto oppure niente.
Dipende dal valore che sono in grado di riconoscere al luogo. Dipende dall'attenzione che sono in grado di volgere dentro e fuori di me nel momento in cui, dapprima, mi avvicino al luogo, secondariamente, lo frequento, successivamente, me ne allontano.
Perché? Perché altrimenti, senza il corretto atteggiamento mentale, tutte le belle parole di cui abitualmente si parla in questo luogo, l'energia, il rispetto, lo yin e lo yang, la disarmonia e l'armonia, la meditazione, l'evoluzione , il contatto, ecc..., così come tutte le Arti praticate, sono solo forma vuota.
Essere in contatto. Altro termine che accomuna le
sopraccitate discipline. Metaforicamente, presuppone la capacità di fare aderire due parti. Di getto, le prime che mi vengono in mente: ciò che sono, ciò che faccio. Quante possibilità ho appena creato? Diecimila... e una sola! Diecimila come l'infinita varietà di esseri viventi, ognuna con le proprie peculiarità. (1)
Una sola, se, attraverso il luogo in cui si pratica la Via, ricerco l'unità del
mio corpo mente spirito. Se desidero tendere alla
perfezione, pur sapendo di non poterla raggiungere mai...

Perciò, se voglio avvicinarmi all'origine, devo sforzarmi di creare in me e intorno a me i presupposti. Occorre fare pulizia, togliere il superfluo, concentrarmi. Occorre, nella pratica, iniziare a sintonizzarmi sulla lunghezza d'onda del dōjō e del lavoro che andrò a svolgervi, a partire da quando esco da casa o dall'ufficio. Occorre concentrare le mie energie, le mie risorse, sempre più, fino a quando entro nel dōjō. Allora, mentre entro sono attento e sono già presente. Sfrutto appieno tutte le possibilità insite nello spazio, nei Maestri/insegnanti, negli allievi, ma soprattutto in me stesso.
È attraverso il giusto atteggiamento che inizia la possibilità di progredire. Entro nel dōjō lasciando
alle spalle i problemi della quotidianità e, attraverso l'allenamento e la concentrazione, imparo ad andare oltre i miei limiti, le mie insicurezze. Imparo a confrontarmi con me stesso. Imparo ad aderire.

Per concludere, ecco alcune regole riguardo all'accesso al dōjō e i modelli di comportamento generalmente ivi osservati:
- L’accesso al dōjō è riservato a chi vuol praticare, purché sia vesito con l’apposito abito. Spettatori che fossero sinceramente interessati ad assistere alle
lezioni possono farlo, in rispettoso silenzio e badando di non essere di alcun disturbo.
- Nel dōjō occorre essere
sempre sinceri e gioiosi, abbandonando ogni considerazione di fama e di ricchezza, dimenticando i pregiudizi di razza, sesso e stato sociale. L’ardore della pratica deve unirsi ad un’atmosfera di ricerca interiore. Sono richieste tre qualità: una buona educazione, un grande amore per l’Arte, fiducia nel Maestro.
Il Maestro Ichiro Abe ha indicato alcune norme basilari sul comportamento da tenersi in un dōjō (Dojokun).
- Le regole tradizionali, l’atteggiamento mentale e
la cura del corpo che vengono suggeriti non sono mortificazioni imposte a chi pratica, ma costituiscono un costume che favorisce il lavoro collettivo e il progresso individuale.
- Tener sempre presente che il dōjō, oltre che luogo di pratica, è scuola morale e culturale
- Entrare nell’area di pratica del dōjō con il piede sinistro ed uscirne con il destro e non omettere mai di salutare, sia quando si accede, che quando si lascia l’area di pratica.
- Osservare scrupolosamente le regole generali
della cortesia e quelle particolari dell'Arte praticata.
- Sforzarsi in ogni circostanza di aiutare i propri compagni di pratica, evitando di essere per essi causa di imbarazzo o di fastidio.
- Rispettare le cinture di classe superiore (gli allievi avanzati) ed accettarne i consigli senza obiezioni; dal loro canto, le cinture superiori devono aiutare il miglioramento tecnico di coloro che sono meno esperti, con diligenza e cordialità.
- Quando non si pratica, bisogna mantenere un contegno corretto e non permettersi mai posizioni
ed atteggiamenti scomposti, anche se si è estremamente affaticati.
- Mantenersi silenziosi e, se necessario parlare, sia solo per la pratica jodoistica e a bassa voce.
- Non allontanarsi mai dall’area di pratica senza prima averne avuto il permesso dall’insegnante o da chi ne fa le veci.
- Curare la pulizia e l’integrità dei propri abiti per la pratica ed il loro riassetto, che deve essere sempre effettuato ogni volta che è necessario.
- Mantenere sempre un'elevata igiene personale.
- Le unghie delle mani e dei piedi devono essere
tagliate molto corte. Bisogna togliersi, durante l’allenamento, catenine, anelli e quanto altro possa procurare danni a se stessi e ai propri compagni di pratica.
- Rispettare l’orario dei corsi (salvo particolari autorizzazioni). Non allontanarsi dal dōjō prima della fine della lezione dell’insegnante.
- All’inizio e alla fine di ogni lezione, l’insegnante
e gli allievi si salutano reciprocamente. I praticanti si dispongono ordinatamente in fila sul bordo del tappeto di fronte all’insegnante.
- Quando si cessa la pratica e quando si frequenta
il dōjō senza poter praticare, osservare con attenzione quanto avviene nell’area di pratica, e seguire le spiegazioni in atto, per trarne egualmente proficuo insegnamento.

Se non vi sentite di seguire queste regole, non entrate nel dojo: ogni insegnamento sarebbe inutile per voi e il vostro atteggiamento sarebbe di danno per gli altri.

(1) (In numerologia l'uomo è posto tra l'Uno e il Due. L'Uno è l'unità, l'origine di ogni cosa il Cielo, l'iniziatore. Raffigura il Tao, la Via di cui si parla nel Tao Te King. Il Due rappresenta al tempo stesso l'unione e la separazione, è la Terra .
Il Tre proviene dall'unione del Cielo e della Terra. È l'Uomo che nasce nello spazio mediano creatosi tra Cielo e Terra. Il Tre produce i Diecimila esseri, dove Diecimila indica un numero così grande da non permettere di distinguere i singoli elementi che lo costituiscono. È l'umanità intera).


Fulvio D’Alba